Per molti anni abbiamo ragionato in modo abbastanza lineare: una destinazione montana competeva con altre destinazioni montane, una città d’arte con altre città d’arte, una località balneare con altre località balneari.
E il lavoro del destination manager era, in fondo, proprio questo: posizionare la propria destinazione meglio delle altre dentro un mercato già definito – con campagne promozionali, fiere, portali turistici, contenuti stagionali, investimenti media.
Questa logica non è scomparsa e sarebbe ingenuo dire che la concorrenza tra destinazioni non esiste più; anzi, continuerà a esistere. Ma sopra la competizione tradizionale se n’è aggiunta una molto più profonda e molto meno visibile: la competizione per l’attenzione.
Con l’ingresso dell’intelligenza artificiale nei processi di scoperta, ispirazione e scelta delle vacanze, questa competizione sta cambiando rapidamente, ma molte organizzazioni turistiche continuano a ragionare con strumenti, metriche e abitudini del decennio precedente.
Il problema non è solo farsi vedere. È farsi considerare.
Quando una persona inizia a pensare a una vacanza, raramente parte da una lista ordinata di destinazioni da confrontare: prima ancora di cercare “dove andare”, viene attraversata da un flusso continuo di stimoli quali Instagram, YouTube, newsletter, podcast, creator, serie TV, articoli, conversazioni con amici, piattaforme di AI generativa. Nello stesso spazio mentale possono quindi competere una spiaggia in Grecia, un trekking nelle Dolomiti, un concerto a Barcellona, un ristorante a Tokyo e una serie appena uscita su Netflix.
La risorsa scarsa e preziosa, oggi, è quindi l’attenzione del turista: il vero concorrente di una destinazione non è più soltanto la destinazione vicina, o quella con un prodotto simile. È tutto ciò che riesce a catturare l’attenzione della persona prima ancora che quella persona arrivi a prendere in considerazione una vacanza.
Per anni, molte DMO e molti enti turistici hanno investito soprattutto in promozione, partendo da un presupposto implicito: “il turista sta già cercando una destinazione come la nostra, quindi dobbiamo convincerlo a scegliere noi”.
Oggi, però, non possiamo più partire dalla domanda “Come facciamo a farci scegliere?”, ma da “Come facciamo a entrare nel campo delle possibilità?”: si tratta di due problemi molto diversi, in quanto il primo riguarda la conversione, mentre il secondo riguarda la rilevanza e -senza quest’ultima- non si può accedere al ventaglio della scelta.
Il cambiamento che molte DMO non hanno ancora compreso
Sempre più spesso le persone non cercano semplicemente informazioni, ma chiedono consiglio:
“Qual è una destinazione italiana autentica per l’autunno?”
“Dove posso andare in montagna se cerco qualcosa di diverso dallo sci?”
“Quale territorio unisce natura, cultura e gastronomia?”
“Quale destinazione alpina è adatta a una famiglia con bambini piccoli?”
Fino a pochi anni fa queste domande finivano quasi sempre su Google, e il risultato era una lista di link che l’utente cliccava, confrontava e leggeva, per poi prendere una decisione. Oggi queste stesse domande finiscono sempre più spesso su ChatGPT, Claude, Gemini, Perplexity e altri strumenti simili; e la risposta generata non è più una lista di link, ma una risposta già costruita, diretta, sintetica e filtrata.
Ciò significa che l’intelligenza artificiale ha già fatto una parte della selezione al posto dell’utente, e questo è molto impattante per il turismo, perché quella risposta non nasce soltanto dal portale ufficiale della destinazione o dalla brochure dell’ufficio turistico, ma da un insieme variegato di segnali distribuiti nell’intero ecosistema digitale. Le domande da porsi sono dunque:
- Quante fonti parlano di quella destinazione?
- Quanto sono autorevoli?
- Da quanto tempo ne parlano?
- Con quale coerenza?
- Con quale chiarezza narrativa?
- Il primo è la densità dei segnali. Più fonti diverse parlano di una destinazione, più quella destinazione diventa riconoscibile: una cosa è avere un portale istituzionale ben fatto, un’altra è essere raccontati nel tempo da media, guide, riviste, creator, operatori, istituzioni culturali, università, eventi, pubblicazioni di settore.
- Il secondo è l’autorevolezza delle fonti. Non tutti i contenuti pesano allo stesso modo: un articolo su una testata riconosciuta, una guida editoriale curata, un contenuto prodotto da un creator con una reputazione forte in un determinato ambito hanno un valore diverso rispetto a decine di post autoreferenziali pubblicati dalla destinazione stessa.
- Il terzo è la coerenza semantica. Una destinazione che cambia messaggio ogni stagione, che comunica tutto a tutti, che non ha un’identità narrativa chiara, costruisce una rappresentazione confusa; quando tale rappresentazione è confusa, i sistemi AI faticano ad associarla a domande specifiche.
- Se domani smettessimo di investire in pubblicità, continueremmo a essere rilevanti?
- Qualcuno continuerebbe a parlare di noi?
- Fonti indipendenti continuerebbero a raccontarci?
- Compariremmo ancora nelle conversazioni, negli articoli, nelle guide, nelle raccomandazioni?
- E soprattutto: compariremmo nelle risposte degli assistenti AI quando una persona chiede una destinazione come la nostra?