Anche questa estate rivedremo immagini già note: spiagge sature, centri storici congestionati, code davanti agli stessi monumenti, residenti esasperati. E riascolteremo lo stesso dibattito, sempre più polarizzato: ci sono troppi turisti?
Qualcuno dirà che l’overtourism non esiste, che esistono soltanto destinazioni impreparate o incapaci di gestire; altri punteranno il dito contro i turisti, come se la soluzione fosse semplicemente averne meno.
Io, da destination manager, credo sia necessario fare un passo indietro e mettere ordine: in Italia ci sono destinazioni che hanno veri problemi di overtourism. Molte altre, invece, vivono situazioni di overcrowding: concentrazioni eccessive di persone in determinati luoghi, periodi o fasce orarie. La distinzione è importante, perché le soluzioni non sono le stesse.
L’overtourism riguarda un disequilibrio strutturale tra pressione turistica, capacità del territorio e qualità della vita della comunità residente. L’overcrowding riguarda invece picchi di congestione, spesso localizzati e temporanei, che possono essere gestiti con strumenti diversi. Per questo chiedersi semplicemente se “ci sono troppi turisti” è una domanda sbagliata.
Il problema non è solo la quantità, ma come la domanda viene generata, distribuita, gestita e trasformata in valore per il territorio.
Le cause dell’overtourism e dell’overcrowding non sono mai una sola. Certo, in molti casi c’è stata una mancanza di gestione delle destinazioni, ma pesano anche altri fattori: l’accessibilità aerea sempre più facile verso le destinazioni iconiche, la crescita dell’offerta extralberghiera, il ruolo delle OTA, la concentrazione della comunicazione su pochi luoghi simbolici, la forza degli algoritmi social nel riprodurre sempre gli stessi immaginari.
Ridurre tutto a “troppi turisti” è comodo, ma non aiuta a risolvere il problema.
La turismofobia non è una causa, ma un sintomo
La turismofobia viene spesso raccontata come ostilità verso il turismo, ma nessuna comunità nasce ostile ai visitatori. Lo diventa quando l’attività turistica supera la capacità di carico del territorio; e non parlo solo di capacità fisica, cioè quante persone possono stare in una piazza, su una spiaggia o in un centro storico. Parlo soprattutto di capacità sociale e psicologica.
Una destinazione entra in crisi quando il turismo inizia a rendere più difficile la vita quotidiana dei residenti:
- Un residente può ancora andare a comprare il pane senza attraversare una folla?
- Può usare il trasporto pubblico con normalità?
- I bambini possono giocare nella piazza del quartiere in piena estate?
- Una giovane coppia può ancora permettersi un affitto in centro?
- Un lavoratore stagionale trova casa?
- I negozi di prossimità resistono o vengono sostituiti soltanto da attività rivolte ai visitatori?
Sono queste le domande che un destination manager dovrebbe porsi, prima ancora di aprire una tabella di dati o commissionare uno studio sulla capacità di carico.
Quando il turismo impedisce la normalità della vita quotidiana, il problema non sono i turisti in quanto tali; il problema è che abbiamo concentrato troppi visitatori in pochi luoghi, in poche settimane, spesso nelle stesse ore del giorno.
E dobbiamo essere onesti: molte destinazioni italiane hanno costruito la propria offerta soprattutto per servire volumi di visitatori, non per generare equilibrio, valore e qualità della vita.
L’overtourism è una patologia della distribuzione
L’overtourism non è soltanto una questione di quantità, ma soprattutto una questione di distribuzione.
Ci sono tre concentrazioni che spesso agiscono insieme:
- La prima è la concentrazione spaziale: troppi flussi su una parte minima del territorio. Interi comuni, vallate o aree interne restano ai margini, mentre pochi punti iconici assorbono quasi tutta la pressione.
- La seconda è la concentrazione temporale: stagioni brevi, picchi estremi, weekend saturi, fasce orarie ingestibili. Si passa dalla congestione alla desertificazione, senza un vero equilibrio.
- La terza è la concentrazione esperienziale: tutti cercano la stessa foto, lo stesso scorcio, lo stesso itinerario, spesso spinti dagli stessi contenuti e dagli stessi algoritmi.
Quando queste tre concentrazioni si sommano, la destinazione si inceppa. E attenzione: le misure puramente restrittive, da sole, non bastano. Ticket d’ingresso, numeri chiusi, divieti, prenotazioni obbligatorie possono essere utili in alcuni contesti, ma sono strumenti di contenimento, non una strategia di destination management. In sintesi, servono a gestire il sintomo ma curano la malattia. Pensare di risolvere la crescita della domanda turistica globale con un tornello o con un ticket significa confondere il controllo dell’accesso con la gestione della destinazione.
La vera risposta è redistribuire i flussi
Mentre alcune destinazioni iconiche soffocano, migliaia di territori restano ai margini: aree interne, borghi, destinazioni rurali, piccole città, paesaggi culturali, territori del vino, dell’outdoor, dell’artigianato, della gastronomia, della natura. A questi territori non mancano necessariamente gli attrattori, spesso manca la preparazione: mancano prodotti turistici strutturati, accessibilità, servizi, governance, capacità di commercializzazione, narrazioni forti, operatori messi in rete, strumenti per trasformare il potenziale in domanda reale.
Redistribuire i flussi non significa “mandare i turisti dove capita”, ma significa lavorare in modo serio sul lato della domanda: capire quali segmenti sono compatibili con quali territori, costruire prodotti-destinazione veri, (non semplici brochure), rendere i territori minori capaci di accogliere in modo sostenibile, organizzato e redditizio per chi ci vive.
Perché non basta dire ai turisti di andare altrove, bisogna costruire le condizioni perché quell’“altrove” sia desiderabile, accessibile, comprensibile e pronto.
Qui sta il vero cambio di paradigma: dobbiamo passare dal turismo che il territorio subisce al turismo che il territorio genera.
Una destinazione matura non cerca visitatori a qualunque prezzo, ma cerca visitatori compatibili con il proprio modello di sviluppo, con i propri spazi, con la propria comunità, con le proprie risorse; non lavora solo sul volume, ma anche e soprattutto sul valore economico, sociale, culturale, ambientale – per le imprese, i residenti, il paesaggio e la qualità dell’esperienza.
Il problema non è avere meno turisti. È avere più destinazioni pronte.
La conclusione, per chi governa le destinazioni, è semplice ma scomoda: il problema non è soltanto la presenza di troppi turisti in alcune località. Il problema è che ci sono ancora troppo poche destinazioni davvero preparate ad accoglierli, distribuirli e trasformarli in valore. E questo diventerà sempre più evidente nei prossimi anni, se le previsioni di crescita dei flussi turistici internazionali saranno confermate.
La turismofobia non si combatte demonizzando chi viaggia, ma restituendo alle destinazioni ciò che troppe hanno abbandonato: la gestione. Gestire significa conoscere i flussi, regolare gli accessi quando serve, costruire prodotti alternativi, lavorare sulla mobilità, rafforzare i servizi, coinvolgere i residenti, governare l’offerta, distribuire la domanda, misurare gli impatti. Significa soprattutto smettere di subire il turismo e ricominciare a governarlo.
Perché l’overtourism non si risolve con meno turisti, ma con destinazioni più preparate, più intelligenti e più capaci di distribuire valore.
La riflessione che vi invito a fare è la seguente: i territori rurali, i borghi e le destinazioni minori possono davvero alleggerire la pressione sulle destinazioni sature? O resteranno solo spettatori?